La mia libreria pullula di libri, tanti. È da quando avevo quattordici anni che accumulo libri, di tutti i tipi, di tutti i formati, su tanti argomenti, tanti quanti sono stati i miei interessi e i miei studi. Molti letti, alcuni riletti, altri mai aperti, con la certezza che prima o poi mi servirà per lavori, ricerche, approfondimenti. 

Un giorno cercavo un catalogo di una mostra intitolata “100 anni di manifesti”, mostra che avevo visitato tanti anni prima al Vittoriano di Roma. Mi serviva per un esame su i “Linguaggi dell’arte contemporanea” e alcune immagini mi erano necessarie per illustrare la tesina che mi era stata richiesta. Vivo in una casa molto piccola e tengo a portata di mano unicamente libri che leggo e consulto frequentemente. Scendo quindi in garage, trasformato per necessità in una dependance del mio bilocale, e mi accingo – non senza fatica – a cercare tra le centinaia di libri accatastati su mensole e armadietti l’agognato catalogo. Chi si trova a vivere una situazione simile sa cosa si prova in questi momenti. Fai enormi sforzi per ricordare dove potresti averlo messo, cerchi tra libri che abbiano attinenza con il tema, sposti pile di libri da una parte all’altra con la certezza che cadranno e perderai ancora più tempo. Trascorsi 20/30 minuti ti chiedi se per caso non l’hai prestato a qualche collega o amico che poi non te l’ha restituito (mai ricevuto indietro un libro prestato…). Quando infine sei completamente sfiduciato pensi che faresti prima a ricomprarlo, ma poi prendi coscienza anche che sicuramente è esaurito e che magari è diventato un libro raro e ricercato. Proprio quando decido di rimettere in fretta al suo posto il mio disordine, ecco che una striscia di colore blu, che è proprio “quel” blu che ricordavo nella mia mente, si materializza in un dorso di un libro messo di sguincio tra tanti altri. L’ho trovato, finalmente!  Eccolo, è fra le mie mani, e godo soddisfatto come un bambino che trova La Nutella che prudentemente gli ha nascosto la mamma.

Quanti ricordi adesso affiorano. Mi era già servito una volta, quel libro. Ero studente presso l’Istituto Europeo di Design di Roma, che allora aveva la sede in Via dei Fori Imperiali. Frequentavo allora un corso di Grafica Pubblicitaria e, tra le tante materie, c’era anche Storia del manifesto. Ricordo i professori, i colleghi, le aule, le finestre che da un lato davano sui Fori e dall’altro al chiostro della chiesa di Santa Francesca Romana e ringrazi il destino di averti fatto vivere esperienze ed emozioni che ti porterai indietro tutta una vita e di cui solo tu puoi apprezzarne la portata. Ricordo i lavori svolti, le piccole competizioni, gli esami finali. Ricordi volti, voci, linguaggi, nazionalità. Ricordo, e tutto questo in un’istante, quello in cui ho preso in mano il libro. Ecco, in quell’istante ho capito l’importanza di un oggetto, non in quanto tale, ma per tutto quello che quell’oggetto ricorda, per tutti i ricordi che la sua vista ci evoca e fa riaffiorare dai meandri della memoria. Ed è incredibile come un semplice oggetto possa suscitare tutto questo, andando a tastare tutte le corde della tua anima, tanto da provocare sentimenti di nostalgia per tempo perduto o per persone con cui hai collaborato e che poi sono scomparse per decenni dai tuoi orizzonti. Emozioni a volte talmente forti che a volte senti mancare il respiro e che fanno battere più forte il cuore.
Certo, non succede a tutti questo, e non succede sempre e ciò perchè abbiamo in vario modo sensibilità diverse e quindi non tutti reagiamo allo stesso modo.

Per contro, a volte ci si libera deliberatamente di qualcosa, con l’intenzione precisa di rimuovere con quel gesto il ricordo stesso che quella cosa ci suscita. Anche a me è capitato questo, specie nei confronti dei miei vecchi lavori. In questi casi si sente il bisogno di rinnovarsi e di vivere nuove esperienze. Niente di meglio, allora, che recidere drasticamente queste metaforiche catene e intraprendere nuove strade di libertà. Anche se poi – mi è capitato anche questo – a distanza di tempo ti penti dell’atto liberatorio e non so cosa daresti per rivedere quel gesto pittorico, quel tratto speciale, quella composizione riuscita e che in un momento di furia iconoclasta hai pensato di dare una nuova vita a della buona cellulosa destinandola al Centro di Raccolta vicino casa.
Se poi i pentimenti riguardano foto, scritti ed oggetti riguardanti una persona che ti è stata particolarmente cara e con cui hai creduto di vivere momenti di intensa felicità – momenti che il presente si ostina a negarti – allora il pasticcio è fatto, il dramma è concluso e si ritorna all’importanza delle cose a supporto del ricordo e della memoria.
Il sentimento di nostalgia, infatti, si attiva in buona parte proprio con questi meccanismi, ma la nostalgia, si sa, non è un buon viatico per il buonumore.

Come per i libri, la mia casa e costellata da tanti piccoli e grandi oggetti, tanto indispensabili e preziosi, almeno per me, che me li sono portati appresso nella dozzina e più di traslochi effettuati tra Napoli, Roma e Macerata. Ogni volta ho resistito alla tentazione di alleggerire pesi, di ridurre zavorre, plichi, mobilio. In queste occasioni ho approfittato, certo, per dismettere abiti obsoleti, utensili inutili, riviste datate e di tutte una serie di oggetti che qui nelle marche chiamano “ciaffi”. Ma mai a sufficienza, credo. Eppure ricordo che l’ultima volta avevo riempito, al fine di buttare via, due o tre volte l’intero abitacolo della mia capiente berlina di una enorme mole di roba di tutti i generi. Almeno in parte lo feci a malincuore, costretto dalla necessità. Avevo abitato infatti, fino a quel momento, in un appartamento di 140 mq e passavo in uno di appena 55 mq. Ancora adesso mi piange il cuore nel vedere la mia bellissima credenza in legno massello modello Granada relegata sulla parete destra del mio garage a fungere indignitosamente a dispensa supplementare.

Tutto questo per dare un senso concreto al lavoro che presento per l’esame di Tecniche e Tecnologie delle arti visive contemporanee, il cui titolo è “Mementoteca meum”, neologismo creato per l’occasione e che consiste in una bacheca di cartone nero di cm 70×50, formata da quattro scomparti per ognuna delle cinque file che la compongono, per un totale di venti scomparti. In ognuno di questi è posto un oggetto piccolo, ma per me significativo, a ricordo di una passione, di un viaggio, di un luogo.
Ho omesso di inserire in questa personale e particolare raccolta, oggetti che mi ricordassero, o avessero collegamenti, con persone che mi sono state care o che hanno lasciato un segno profondo nella mia vita. E ciò non perché mi mancasse il materiale, ma semplicemente perché ho voluto evitare, stante l’età, emozioni troppo forti. Mi sono riservato, comunque, di trattare questo tema con altri mezzi e con minor impellenza.
La mia teca, dunque, è una raccolta di ricordi sostanziati in forma plastica. Ognuno di questi oggetti ha una storia, un luogo, un perché. E su ognuno potrei discettare per decine di minuti, collegandolo agli eventi che riaffiorano, al solo vederlo, nella mia mente.

Piccola rana in ceramica ispirata all'arte di Gaudì

Ricordo della mia visita a Parc Guell a Barcellona

Piccolo Pulcinella di ceramica con bastone tra le mani

Simbolo delle mie origine napoletane 

Teca contenente 24 piccoli oggetti in materiale vario

Mementoteca Meum